La mia Trans d’Havet: quando un Trail non è solo un Trail

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Trans d'Havet 2018

83km 5500d+, quella sottile linea rossa.

I giorni precedenti questa “gara” sono stati molto impegnativi, convulsi, nervosi.

Non sono per nulla tranquilla, lucida; allenata men che meno.

Vedo amici che postano foto di allenamenti nei posti più belli, a ritmi forsennati, con entusiasmo alle stelle.

Mi sa che il mio entusiasmo adolescenziale questa volta non basterà, questa è “LA GARA”, cosa seria, mica è la corsetta di paese.

Dovrò attraversare le nostre piccole Dolomiti, percorrere quella sottile linea rossa, munirmi di tutto il coraggio possibile per arrivare a Valdagno.

Nelle ore antecedenti la partenza devo affrontare tutta una serie di incombenze che hanno a che fare con il mio essere madre di tre creature, con ognuna le proprie esigenze. E che non prevedono certo un pomeriggio sereno ma una corsa da una parte all’altra per scarrozzare uno e l’altro. Con annesso salvataggio uccellino vittima del temporale (lui però è stato più fortunato, ha trovato riparo, non so se in questa notte di mezza estate lo sarò pure io).

Forse riesco a prepararmi, a prendere tutto quel che mi servirà per affrontare questa nuova sfida, questo lungo viaggio.

Per la prima volta i miei figli capiscono la portata dell’impresa, capiscono che per me è molto di più di un semplice Trail. Mi osservano mentre tento di organizzarmi lo zaino, e i viveri, la frontale, i vari cambi; questa volta mi augurano che tutto vada bene, mi mettono la sacca in auto, mi abbracciano. Mi commuovo, vorrei non deluderli, e mi sento anche egoista a lasciarli, mentre vado ad affrontare la mia tempesta. Troverò poi un messaggio della mia principessa, preoccupata per la pioggia e i lampi, che non riesce a dormire sapendomi là fuori in balia del maltempo.

Ho scelto io, consapevole che non ci possono essere sempre le stelle, e qualche volta la notte è veramente buia e tempestosa.

A Valdagno, al Palalido arrivo trafelata, in ansia, e non trovo il pettorale. Caspita, nessun problema, mi dicono, te ne assegniamo un altro, il 63; sarei stata un 58. Per me ogni numero ha un significato e questo mi era già caro, pazienza, correrò con questo multiplo di 3.

Ascolto con grande attenzione il briefing pregara di cui colgo però solamente “abbiamo tutto sotto controllo e già predisposto i piani e percorsi alternativi in funzione del peggioramento delle condizioni atmosferiche”. Siamo in buone mani, devo solo pensare ad arrivare di nuovo qui a Valdagno.

I momenti che mi entusiasmano molto sono incontrare volti amici, persone che ho conosciuto in altre avventure: quello mi carica, mi rallegra, stempera la tensione.

Gli abbracci e i saluti, e allora ti trovo Guglielmo Noè (cavallo pazzo) che mi ha dormito vicino, in palestra, un gradino sopra la testa, al GRPT. Una delle scope più simpatiche che mi hanno accompagnato nella salita al Col Visentin, Andrea Piccin.

Alcuni ragazzi super della famiglia Cobras, Alvin Dotto, che mi ha fatto il tifo in prossimità dell’arrivo alla Schio Ultra Jungle, e il capitano Matteo Tizian, alla sua settima Trans d’Havet, l’unico ad averle portate a termine tutte. Ivan Alberto Consolaro che in questa serata è venuto a salutare questi eroi in partenza, visto che lui farà una mezza TDH. E poi Luca, che mi ha trascinata in questa pazzia, più per quel che mi raccontava, per il suo grande desiderio di finirla finalmente. Che mi ha ripetuto: “è dura, durissima”.

Però sono qui pronta (non proprio) a salire sul pullman per essere traghettata a Piovene, da dove inizierà questa pazzia. Alla mezzanotte come nelle favole incomincerà il sogno, questo sogno di mezza estate.

A Piovene inizia appunto la pioggerellina che continua e insiste e fa dire all’organizzazione che le creste, questa volta, non si faranno.

Per qualcuno è una gioia, un peso in meno. Ma la sicurezza con tutti questi concorrenti non è uno scherzo.

Ester Zocche - Trans d'Havet 2018

3 2 1 partiti!!!

Ci siamo, inizia il viaggio sotto la pioggia come previsto, ma che si placa dopo un po’ ed ecci tutti questi uomini e donne che sfidano la notte e gli elementi della natura, tutti questi corpi che si muovono compatti, tutti questi respiri smorzati. Pochi parlano, i più procedono silenziosi.

Io cerco di seguire un volto amico, solo per sentirmi più tranquilla, per farmi coraggio.

Si continua a salire e, quando il percorso spiana, i corpi accelerano come se fossero un’unica entità.

La notte, per me, è un momento magico, misterioso, affascinante. La notte è carica di aspettative verso il giorno che arriverà, un nuovo giorno, un nuovo inizio.

Al Summano arrivo senza particolare stanchezza; l’entusiasmo di adolescente trailrunner mi accompagna ancora e il volto conosciuto di Davide del soccorso alpino mi rallegra. Niente creste, niente cima Summano, giù fino al Colletto correndo tutta d’un fiato questa prima discesa.

Al ristoro, a quest’ora di notte trovi volti sorridenti, sembra impossibile!

Andiamo avanti, sapendo che è appena iniziata, ma dai, “io speriamo che me la cavo”.

Novegno, su piano piano. Comincio a risentire dell’effetto “sbronza notturna”, quindi prendo fiato, bevo, mangio un pezzettino di una “barretta casalinga”. Riesco a gestire le mie sensazioni, sento quanto e come andare, mi conosco discretamente, mi sono già messa alla prova, ma comunque ogni avventura, ogni UltraTrail è a sé.

L’entrata a busa Novegno è il massimo: una grandinata epocale, che mi accompagna fino all’arrivo al ristoro. Sotto questa tempesta pazzesca, in cui a stento scanso le mucche sul sentiero, che mi schiaffeggia il viso e le gambe.

Il ristoro è una tenda piena, stipata di umanità che tenta di ripararsi.

Quando arrivo provo a ritagliarmi un posticino dove poter cambiarmi ma il freddo non mi permette movimenti coscienti. Non riesco a prendere nemmeno un po’ di tè caldo, siamo tutti lì pressati e quando voci dicono “apriamo la malga” tutti corrono là per provare a scaldarsi un po’ e cambiarsi gli abiti zuppi. Sono tra questi, e i volti che vedo intorno a me sono già provati, già quasi stanchi.

Finalmente mi cambio e penso a che fare, temporeggio per capire se ho forza di proseguire o se devo rinunciare, ma il tempo passa inesorabile e un’ora mi è già scivolata tra le dita. Albeggia, esco e vedo sereno, riparto un po’ rinfrancata dagli abiti asciutti e dalla luce del sole.

Ripasso dal ristoro e riesco finalmente a bere del tè. Niente caffè, nonostante la stanchezza lo reclami, troppa paura del mio folle intestino.

Avanti, avanti, ancora qualche discesa per arrivare ai piedi del Monte Alba, che non mette molta paura, ma notoriamente con i suoi sali, scendi, giri e rigiri, mette a dura prova i quadricipiti e la sanità mentale dei più.

Arrivare al passo Xomo (come durante la Maratona alpina) è gudurioso, mi tocca fermarmi e sistemare le solette di neoprene, va a sapere come fanno a sfilarsi! Colgo l’occasione per togliermi qualche sassolino pure ospite da qualche chilometro dentro le mie scarpe.

Ben rifocillata (che poi ho mangiato due fette di pompelmo!) si parte per affrontare il tratto più bello e carico di storia: le 52 gallerie.

Monumento di ingegneria, monumento di assoluta bellezza, esempio di cosa l’uomo possa costruire in condizioni estreme.

Viene alla memoria il consiglio di un amico ultrarunner: “un passo alla volta si arriva su, un passo avanti all’altro e sali su”, così faccio, contando le gallerie, contando quante ne mancano e spaziando lo sguardo quando, uscendo da una, mi ritrovo davanti al massiccio del Pasubio in tutto il suo splendore.

Ester Zocche - Trans d'Havet 2018

E mi guardo indietro e vedo da dove sono arrivata.

Per me non è mai “solo” una gara, un UltraTrail è sempre qualcosa di più, che a volte riempio di significati e a cui attribuisco valori che esulano dalla vera e mera corsa.

Faccio dei paralleli, vivo il Trail come la mia vita, in questo particolare tratturo più difficile, e allora le gallerie la rappresentano benissimo, la salita ancora di più.

Quando mi pare di vedere la luce inciampo in un gradino che non ho visto ma riprendo il mio camminare in alcuni momenti lento, in altri più spedito.

E ci arrivo al rifugio Papa, come arrivare a casa, con un sollievo fanciullesco.

Vado subito in bagno, poi saluto Renato e i cuochi. Uno dei concorrenti mi chiede se prendo qualcosa e mi faccio preparare un tè caldo; poi vedo l’ora, oddio è tardissimo: meglio metterlo in borraccia e ripartire, a pian delle Fugazze non manca molto e lì vi è il ristoro e il cancello orario. Devo ripartire, discesa, un po’ di respiro, un po’ di vento tra i capelli (no aspetta, ho le trecce), un po’ di felicità che è quello che provo scendendo giù, soprattutto nei tratti di sigle track e in quel pezzettino della Val del Fien piena di menta che respiro a pieni polmoni e di cui raccolgo un rametto che infilo nella polsiera. La snifferò diverse volte nelle ore successive.

Minestra, santa minestra, bollente, buonissima che sistema tutti i guai. Ma non posso trattenermi troppo, sono già molto in ritardo, so che il Viaggio è appena a metà.

Adesso arriva la parte più difficile, la conosco bene, ma ciò non basta a mitigare la stanchezza e la fatica per arrivare a Campogrosso transitando dalla selletta del Cornetto. La frescura del bosco è almeno un sollievo. Dalla selletta, discesa, e i prati delle malghette ai piedi del Baffelan riempiono gli occhi di serenità. Nonostante la fatica, l’anima si rallegra.

L’arrivo al ristoro di Campogrosso, controllo cronometrico e foto di cui non mi accorgo. Infatti la mia baldanza e allegria sono nascoste da un volto che è sofferenza. Approfitto nuovamente del bagno del rifugio.

Mi incammino con l’anima pesante, con l’incertezza nel cuore, ma sperando sempre di reggere il colpo.
Il mio personale calvario è proprio ora ad arrivare al rifugio Fraccaroli.

Il boale dei Fondi è una pena lunghissima, una fatica, una battaglia per resistere. La nebbia non aiuta: non vedere quanto manca ti toglie energie, ti logora il morale. Ma ci arriviamo in cima e anche Marzia c’è: nonostante tutto ha superato lo sconforto ed è riuscita a resistere.

Bocchetta Mosca è lì in un attimo, il Fraccaroli non molto lontano. Discesa al rifugio Scalorbi, assaporando il paesaggio e quasi quasi un fine gara prossimo. Valdagno ci aspetta; con Marzia e Teresa sembra stagliarsi la nostra vittoria. Altra minestrina corroborante, deliziosa, preparata dagli alpini al ristoro del Rifugio Scalorbi.

Ma è un attimo, il tempo gira e l’acqua arriva violenta, prepotente, disarmante. Stiamo, andiamo, ci guardiamo e partiamo sotto questa ennesima tempesta, di corsa sotto la grandine.

Il passo della Lora è lì, non lontano passo della Scaggina; correre su questo tappeto d’erba è fantastico, da brividi, è la corsa più bella. La grandine prima, la pioggia poi, non minano la mia fiducia perché ho ritrovato energie smarrite, ho ritrovato lucidità, ho ritrovato il sorriso.

Ma questa mia avventura non ha un lieto fine, non quello che speravo.

Concorrenti deviati al rifugio Bertagnoli per una frana sul percorso. Scendiamo per questo sentiero ripido, interrotto poi in due punti dalla frana avvenuta sopra, nella speranza di proseguire per un percorso alternativo che l’organizzazione avrà sicuramente predisposto in tempo record.

Purtroppo la mia avventura finisce qui, insieme a quella di molti altri, con l’amarezza che mi accompagna per tutto il tragitto di discesa sul pulmino fino a Valdagno, con ancora le energie e il tempo per finire questa corsa che non è una corsa, questa gara che non è una gara, questo UltraTrail che non è solo un UltraTrail, ma un viaggio, il VIAGGIO.

Questo non lo avevo messo in conto.

L’entusiasmo adolescenziale non mette in conto le cause di forza maggiore, non mette in conto che qualcuno possa dirti basta, oltre non si può.

Il runner-adolescente non è “calcolatore”, è energetico, entusiasta, emozionato, vulcanico, istintivo, è di “pancia” non molto di “testa”, vive tutto sulla pelle, pochi filtri e molta follia.

Risultando comunque finisher per la classifica redatta a parte (gli esuli del Bertagnoli), non per me è ovvio.

Io sono finisher quando arrivo là dove dovevo e dove sapevo che le mie treccine volevano portarmi.

Son loro le più amareggiate, impareranno a conviverci, avremo una storia in più da raccontare, perché ho guadato una frana, domato la tempesta, corso sotto la grandine.

Non mi sono arresa, ma altri lo hanno fatto per me, decidendo per salvaguardare la sicurezza perché, alla fine, se il gioco diventa pericoloso, giocare non è più bello.

E quando la vita mi mette in ginocchio, per l’ennesima volta, faccio finta di allacciarmi le scarpe da Trail e riparto.

Così, pare, dovrò riprovarci.

Ester e le sue treccine.

Autore:

Ester Zocche