Chinese Challange 2019 – Francesca Canepa

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Chinese Challange: andata. SECOND PLACE!

100 km, 6000 D+.

Dopo 6 mesi praticamente ferma sono partita con un milione di dubbi e una sola certezza: che sarebbe stato un massacro.

E come è noto a tutti, io ho sempre ragione.

Partiamo e dopo circa 15 nano secondi sono fradicia, produzione propria, acqua che esce da tutti i pori e inzuppa i vestiti.

Andiamo bene.

Ma, contro ogni pronostico, dal CP1 inizio a superare. Superare. Superare.

Figo mi dico.

Taci che ci siamo.

Poi inizia una bella discesa carica di fango, radici, pendenza, insomma tutto ciò che serve per riportarmi al concreto: dopo un paio di cadute ridimensiono le mie aspettative e inizio a farmi persuasa che non sarà proprio una passeggiata.

CP3 mi ripiglio e scopro di essere seconda.

Ho quindi un nuovo obiettivo: mantenere la posizione contenendo al massimo i danni ma mi pare già un azzardo perché qua le cinesi vanno di brutto e soprattutto in discesa. E io poi so solo che fino a 48 reggo, oltre non è dato sapere.

CP4: la catastrofe.

Per una volta, ma dico UNA, in cui consapevole di dovermi arrangiare avevo previsto tutto, sfodero un flask pieno di polvere Melcalin con sali ecc, la volontaria incaricata di riempirlo si avvede della presenza inquietante e butta tutto nel cesso.

Voglio morire.

Ci sono duemila gradi, umidità da bagno turco e CAZZO, io sono senza sali.

Senza glucosio, senza vitamine, senza un cazzo di niente.

Parto da lì, con tre flask di sola acqua.

Tempo 20’ il primo piede ha un’avvisaglia di crampo. Tempo di prendere una radice e si crampizza anche l’altro.

E io intanto penso solo “ma che cazzo mi hai buttato la mia polvere merda. Merda. Merda.”

E intanto il tempo passa e io non arrivo mai.

Ripidissimo. Scivoloso. Cuocio. Muoio.

Prendo dei maschi ma niente, lo stesso non arrivo mai.

Sarà passata minimo un’ora e mezza, mi sembra quasi di poter essere in cima, vedo della gente.

Mi dico “vai che ne avrò fatti almeno 6/7 dal CP a qui”.

C’è un cartello: no.

Ne ho fatti 3.

TRE.

Tre km in oltre un’ora e mezza supera le mie capacità di tolleranza.

E mentre voglio di nuovo morire mi immetto sul sentiero da cui arrivano quelli della 50.

Signore prendimi con te.

Poi miracolo, arriva una discesa fattibile e un tratto scorrevole in cui mi par quasi di essere di nuovo quella dei tempi migliori.

Corsa facile. Redditizia.

CP 5.

CP 6.

Riparte il delirio. Altro muro, decido di impegnare il cervello e cerco dei rami per vedere se posso farne dei bastoni, ho bisogno di un diversivo e comunque sento che senza un aiuto non ne vengo fuori.

Trovo il necessario e per un attimo mi sento miracolata, riprendo fiducia e vado meglio.

Purtroppo però il terreno non è cambiato e con l’agilità di un tasso disabile mi inciampo e li rompo entrambi.

Non se ne può più.

Ancora qualche passo e mi siedo.

Come ho visto fare da molti altri qui e come non avevo fatto MAI in tutta la mia vita da runner.

Mi dico “3 minuti massimo poi ti alzi”.

Crampi e nausea.

Dio santo.

Eppure c’è una cosa certa, qui. E quella cosa certa è che io FINIRÒ questa cosa dovessi crepare perché non voglio rimettere il culo su un aereo se non ho tagliato il traguardo.

Non so niente di chi ho dietro, di quanto distacco ci sia, non so niente di niente a parte che devo ASSOLUTAMENTE finire questa cosa.

E così la strategia cambia.

A ogni ristoro mi siedo e cerco di mandare giù quello che hanno (e che onestamente, non è il massimo). Se ne ho bisogno, mi siedo anche altre volte in giro per il bosco.

Ma dovessi morire, tra una sedia e l’altra devo muovere il culo e riportarlo in città.

CP 8.

Mi siedo, mangio una fetta di anguria e viene uno con il suo telefono a cui ha dettato una frase per me, che il dispositivo ha solertemente tradotto in “vuoi che chiami una macchina per venirti a prendere?”

Diciamo che dovevo avere un aspetto come dire…. inquietante.

Rispondo “No, don’t worry, I’m OK” e non faccio che andarmene prima che mi rida in faccia.

CP 10, ne mancheranno 4.

No. Come al solito non mi ricordavo un cazzo, ne mancano 6.

……….

………

Uno alla volta. Fanne solo uno alla volta. Puoi fare ancora sei fottuti km.

Tra poco potrai smettere di correre.

Guarda più avanti, ecco le luci.

Il fiume.

Ci siamo.

Gli amici sono lì ad aspettarmi, il nostro mitico team FR-IT sta per riunirsi. Loro sono lì per me.

Ultimi metri.

Ce l’ho fatta.

Ma dovevo finire perché dovevo ricominciare ed era imperativo che lo facessi qui.

Non è facile gareggiare per la prestazione quando non hai nessun riferimento, arrivi 2 giorni prima e clima e terreno si rivelano impegnativi oltre misura.

Ma se non sei in grado di farlo non devi andarci e io ero lì.

Quindi dovevo finire e ho finito.

Il tendine non mi ha dato nessun problema durante, sebbene nell’immediato DOPO si sia lievemente irrigidito.

Ma mi ha permesso di fare quello che volevo tornare a fare.

Un mattoncino lo abbiamo messo.

Grazie, come sempre, a tutti voi che mi avete pensato.

Autore:

Francesca Canepa