La mia cavalcata istriana alla Blue di 110km

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Il mio viaggio da Ultrarunner in Istria: la Blue delle 100 miles

Venerdì sul mezzogiorno mi chiudo la porta alle spalle e salgo in macchina. Le ore precedenti passate a controllare meticolosamente tutto l’equipaggiamento; sembra inevitabile che dimentichi sempre qualcosa.

Stavolta mi faccio una lista e spunto ogni cosa solo quando sono sicuro di averla effettivamente riposta nella sacca. Mi ritorna sempre in mente la storiella di Gaber…avrò chiuso il gas? No, questa volta è diverso, ho atteso troppo questo appuntamento per potermi dimenticare qualcosa.

Le scelte tecniche invece… sono ancora un neofita e si vede. Una cosa la so per certa, frutto delle mie incursioni a Moscenicka Draga al trail dell’Ucka: che quelle sono vette molto modeste in quanto ad altitudine ma austere, per niente coccolate dal vento che le sferza impietosamente.

Due ore e mezza assorto nei miei pensieri alla guida ed arrivo a Umago.

C’è tempo di registrarsi con calma, bere una birra con Luca e Guido che già sono là impegnati con lo stand del Gran Raid. Mi cambio, monta l’ansia e diventa difficile perfino assortire tutte le cose in borsa, tra quelle da destinare alla base vita, quelle da indossare e quelle da lasciare all’arrivo.

Sto facendo tardi, gli autobus che ci dovranno condurre alla partenza sono ormai sul piazzale.

Mi abbandono sull’ultimo sedile in fondo. Un’ora e cinquanta minuti, durante i quali cala il buio della sera e penso che è la prima volta che parto di notte.

Ho sempre amato correre la notte e a chi mi chiede se non ho paura a trovarmi nell’oscurità da solo, vorrei rispondere che i pericoli più grossi li ho sempre corsi di giorno. Una volta, perso l’orientamento, giunsi in un campo dove il proprietario del fondo teneva disgraziatamente liberi i suoi cinque lupi cecoslovacchi. Quella volta rischiai davvero la vita, mi salvai solo grazie ad un incredibile sangue freddo che mi permise di rimanere perfettamente immobile e calmo, mentre le bestie ringhiavano in cerchio.

Ma ora non c’è tempo di pensare al passato, scendo la scaletta del bus, l’aria è fredda e il monte maggiore starà già sghignazzando pensando ai malcapitati che risaliranno le sue pendici. Almeno dal punto di vista meteo credo di aver preso tutte le necessarie contromisure. Una termica a manica lunga come prima pelle, poi una manica corta, ancora una canotta, poi un gilet in pile a prova di vento ed infine una giacca antivento da trekking, dove non si lesina sul peso.

Il conto alla rovescia e si parte nell’euforia generale. 110 chilometri ed un monte bianco di altezza da scalare; non riuscivo nemmeno a comprenderne la portata. Gli allenamenti del fine settimana stavano per prendere le sembianze di un aperitivo, il crostino con il baccalà mantecato. Qui invece si trattava di ingurgitare l’intero veglione di capodanno.

Parto con il mio ritmo, lascio andare gli amici con il loro. La riviera lascia presto la scena a sentieri di montagna.

Nessuna inversione termica, in Istria il clima si palesa ortodosso. Mentre salivo percepivo chiaramente che il freddo stava diventando sempre più intenso. Intorno a quota mille il sentiero si fa davvero erto, sono quasi costretto a mettere le mani a terra. Il bosco mostra ormai i suoi margini e rassegnato anche lui si rammarica di non poterci più dare protezione.

Sopra le ultime chiome, avverto un assordante ululato…..è lei! La regina dell’Istria, la bora che iraconda mostra tutta la sua forza. Indescrivibili quei momenti, devo salire gli ultimi cento metri di un crinale solitamente erboso. C’è una tempesta di neve pazzesca, ma l’impeto e la magia creata da tutte quelle lampade che salgono è troppo perfino per la signora.

Sono in vetta in due ore e quindici minuti, conto otto chilometri e millequattrocentometri di dislivello.

Stranamente non sento un filo di fatica, le gambe sono fresche, il freddo deve avermi temprato. In quel preciso istante realizzo che ho la possibilità di portarla fino in fondo, dipende solo da me. Prendo la discesa insidiosa che mi porterà a Poklon, superando anche qualche atleta.

Qualche minuto al ristoro poi via lungo il tratto che alla fine sarà il più noioso. Sette, otto chilometri di strada forestale, leggermente in discesa, dove sarò lasciato nelle retrovie da parecchi atleti. Sì perché io sono un lento e soffro i tratti molto corribili.

Arrivo ad Olmeto, dove un volontario si annota scrupolosamente il mio numero; succederà decine di altre volte nel resto del percorso, per impedire a qualche furbastro di prendere dei taglioni. Il fango fa la sua prepotente comparsa, succhiandomi parecchia energia mentale, nei tentativi mai scientificamente rodati di evitare di finire con i piedi a mollo.

La traccia si inerpica leggera lungo calanchi di argilla, solcati da insistenti rigagnoli. Si apre un altro pezzo di forestale e, come già detto, nonostante il mio passo in questi tratti perda smalto nel confronto con gli altri, essi diventano una manna perché il chilometraggio percorso avanza più deciso. Arrivo a Brgudac, piccolo borgo ai piedi dei rilievi della Ciceria.

Il ristoro è ricavato all’interno di una vecchia casa del popolo di comunista memoria. Ritratti di Tito alle pareti e motti partigiani stridono nella loro solennità di fronte a questi avventori, i cui fucili sono stati sostituiti con dei miseri bastoni. Faccio una sosta un po’ più lunga, devo sconfiggere i primi sintomi di nausea che inevitabilmente si hanno nell’assumere cibo a comando. Metto il nastro chirurgico ai piedi per scongiurare le prime vesciche e riparto, dopo aver timidamente lanciato un ultimo sguardo al maresciallo.

La salita al Korita fa salire le pulsazioni, ma non è mai cattiva.

Salto sopra i tronchi che convogliano la sorgente e proseguo nel sentiero che costeggia il colle. Si apre un altro tratto estremamente fangoso, dove mi si para di fronte un esile barbuto in sandali. Lo riconosco subito, è Jason, personaggio davvero stravagante penso, ma non passa nemmeno un minuto da quando lo saluto che il fango mi castiga e pianto letteralmente il naso a terra, che rimarrà inzaccherato di melma fino a Buzet, accendendo il ghigno di una ragazza che incrociata due volte in seguito me lo farà notare vistosamente. “You have a dirty nose…” …eccheccazzo mica sto uscendo da messa.

Un altro lungo tratto sterrato e poi si piega a destra, per una salita che ci conduce alla croce di vetta dell’Orljak. La discesa è breve ma insidiosa ed inizio a sentire un po’ di stanchezza, sono solamente al km.35. Inizia ad albeggiare ed il piccolo nevischio che pur debolmente mi ha tenuto compagnia per tutta la notte, si dissolve nel cuore della Ciceria, al pari delle genti Istro-Rumene che abitavano questi luoghi dediti alla pastorizia.

Un’altra ennesima cresta erbosa da superare, il Gomila, e poi giù al villaggio di Trstenik. Arrivo a Trstenik intorno alle otto del mattino, sulle spalle quarantaquattro chilometri, circa duemilasettecentometri di dislivello, dieci ore d’avventura. Pane e formaggio, un tè caldo, altro non riesco a buttar giù; spendo poco tempo in questo punto di ristoro, mi attende l’ultima vetta della Ciceria, lo Zbevnica, uno strappo che mi impegnerà meno di un’ora e mezza.

Inizio a soffrire le discese, l’atterrare di ogni salto diventa sempre meno felpato ed i colpi si fanno sentire sulle anche e sui quadricipiti. La bandelletta ileo-tibiale, la parte anatomica più sulle labbra di ogni runner, che comincia ad urlare tutta la sua disapprovazione.

Questa parte di percorso comincia a spazientirmi, Buzet sembra non arrivare mai e, anche quando iniziano le prime case e si attraversa la ferrovia, mancano tre o quattro chilometri per raggiungere il palazzetto. Fa caldo ora e mi fermo a togliere la pesante giacca antivento.

Venti minuti e sono alla base vita.

Mangio abbondantemente, ho messo alle terga sessanta chilometri e tremilaetrecento metri di salite, ma sto bene anzi benissimo. Emilio del “team peggiori” mi sprona e riguardando ora lo scatto che congela quell’attimo sembravo appena sceso dal letto. Non speculo sulla pausa a Buzet, alla fine saranno cinquanta i minuti di sosta, tanti ma ristoratori.

Riparto e la condizione c’è ancora come la voglia di correre, mi sento un leone e agguantare quel traguardo ad Umago è pratica sbrigabile.

Un’altra salita ed un’altra discesa mi portano al guado dalle parti dei resti del castello di Pietrapelosa. Infine, un’ennesima salita, l’ultima veramente significativa di questa corsa, un tiro di circa quattrocento metri.

A metà salita rallento perché comincio a sentire di non essere di acciaio e non voglio strafare, mi accodo a due ragazzi ed una ragazza croati; però ora sto andando davvero piano e comincio a sentire il ginocchio che nella sua faccia interna/posteriore è dolorante. Vado in spinta lungo la salita e, improvvisamente accade l’imprevedibile, mi si spezza il filo di nylon interno al bastoncino che tiene uniti i vari segmenti. Mi rimane in mano l’impugnatura.

Penso “Sono davvero nei guai…”, mi affretto a prendere il cellulare e chiamo Luca che era rientrato anzitempo ad Umago. Proseguo privo di bastoncini, sollecitando ancora di più l’articolazione. Luca arriva a Portole in mezz’ora ed è già là da un po’ di tempo ad attendermi quando lascio lo sterrato e mi dirigo verso il ristoro. Mi passa i bastoncini ma la situazione è ora pesante, sono estremamente infiammato all’inserzione dei tendini della zampa d’oca, ma nutro ancora la speranza di proseguire la corsa, almeno camminando.

Mi fermo dieci minuti al ristoro ma sarà la resa, mangio e come fatto sempre in precedenza riempio le borracce, tento di ripartire e questa volta il ginocchio non si piega, è in fiamme brucia come mi avessero gettato in un mare d’ortiche. Mi è difficile solo camminare e trenta chilometri, pur essendo pochi relativamente a quanto fatto, sono ancora tanti, infiniti.

Mi piego sotto una coperta dell’infermeria, osservo il gps fermo a ottanta chilometri esatti e quattromila metri di salita… avverto un brivido… è il sogno che sta andando via.

Autore:

Michele Tonon