Il Territorio

Anche il territorio

Mostrare qualche scatto panoramico non basta per parlare di territorio. Gli aspetti da considerare sono molti e intrecciati tra di loro, spesso indissolubilmente. Il nostro territorio ha mille storie da raccontare, anche al di là degli effetti della sua antropizzazione.

Mi piace ricordare che fino all’ultima glaciazione il Piave passava con un suo ramo per la val Lapisina, lungo quello scosceso fondovalle che vediamo ancor oggi. Il ghiaccio ne ha “lisciato” le pareti calcaree che, per questo, nel punto più verticale, vengono chiamate da sempre “le lisse” e “i mur”. Solo quando i ghiacci si sono ritirati del tutto è franato il piede del monte Costa, formando il Fadalto e chiudendo la via al fiume. È nato così il lago di Santa Croce.

Le creste attorno a Serravalle, tanto “battute” dai trail runner, sono quel che rimane dei depositi morenici di queste lingue di ghiaccio: profili di marna e arenaria modellati dall’erosione.

Solo per fare qualche esempio.

val Lapisina

Di certo, il territorio l’abbiamo in parte trasformato anche noi: il lago del Restello, giusto per tirarne fuori un’altra, era poco più di uno specchio d’acqua. Poi tra le guerre si è pensato di costruirne la centrale idroelettrica, nell’ambito di un progetto idrografico imponente per la produzione di energia che, tuttora, unisce il Cadore e il Zoldano con la pianura: ed ecco che ha raggiunto le dimensioni attuali.

Antico luogo del restello di sanità di Serravalle: qui c’era la barriera per i viaggiatori da nord, imposta da Venezia per scongiurare la diffusione delle epidemie.

monte Millifret

Cemento e calce, necessari per le centrali, sono stati ricavati dalle rocce del Pizzoc, della costa di Serravalle, delle falde del Millifret a Nove: l’Italcementi si è mangiata letteralmente la cima del Pizzoc (da Spitz Hoch, “cima alta”… almeno prima!) costruendo una teleferica a doppia fune che dai quasi 1.600mt arrivava a Vittorio Veneto.

E alcuni di quei piloni ci sono ancora, anche se solo come parte integrante del paesaggio.

rifugio Città di Vittorio Veneto

Racconteremo anche il territorio

Ogni viaggio ci permetterà di aggiungere un nuovo tassello.

Ci saranno di aiuto i tanti toponimi dialettali, un’eredità preziosa che ci è stata lasciata e che costituisce un patrimonio storico che non dobbiamo dimenticare.

Eh sì, perchè per esempio quando sali per il troi delle casere, sui ripidi pendii prativi a dominare la val Lapisina, passi per il crep delle Gatole e delle Zilighere. Ma i vecchi ci ricordano che le gatole sono i bruchi della processionaria, gatole perchè urticanti, “le fa gate”, e le zilighere sono le rondini, che “le ziga”, appunto. E quei nomi ci parlano di un bosco “marcio” e di rocce dove si nidifica.

Più sfortunato il nome del col Visentin: da col Santin com’è chiamato ancora, perchè si innalza al cielo, a col Vicentin e poi Visentin per una storpiatura cartografica risalente all’occupazione austriaca.

crep de le Zilighere

C’è un piccolo cameo, l’ultimo davvero, rimanendo sui prati del col Visentin.

Per decenni, mentre gli adulti si occupavano della fienagione, i ragazzi raccoglievano mazzetti di stelle alpine che poi venivano vendute a turisti e a mercanti, soprattutto austriaci, per arrotondare miseri bilanci familiari. La raccolta era fatta con sapienza: solo il fiore, solo se maturo. Questi pendii ne erano ricoperti, anno dopo anno sbocciavano sempre più numerose. L’incuria, dovuta all’abbandono a partire dagli anni settanta, ne ha causato la decimazione: è l’erba alta che ha soffocato le stelle alpine. Non la raccolta indiscriminata del turista.

conca dell'Alpago

Adesso valichiamo il Fadalto per l’autostrada, al massimo seguendo la statale: dell’antica strada Alemagna, che saliva a sinistra dei laghi, rimane qualche sparuto edificio. Nella maggior parte in rovina.

Dimmi, amico mio, riesci ad immaginarli questi luoghi?

Anche il territorio è in viaggio, di corsa.

Di certo, io non vado di fretta.

La Montagna del Sole

cortometraggio di Giuseppe Taffarel sul Col Visentin – 1966