Racconti di trail

Un trail è un viaggio,

Racconti di parole e immagini per fissare un viaggio che è soprattutto in sé stessi. In un ambiente che può presentare il conto, soprattutto se si è in solitaria.

È questa la dimensione che cerco, non cerco null’altro che capire chi sono.

In pianura fa caldo, c’è afa. Siamo a fine agosto, l’aria è così densa che camminarci sembra di annaspare.

È tardi: ormai siamo sull’imbrunire, arrivo a Sonego che ho al massimo mezz’ora di luce. La cima del Pizzoc mi sembra di toccarla da quanto è vicina.

Faccio una ricognizione veloce: ho la frontale, mezzo litro d’acqua, un cambio, un po’ di calorie. Scendo dall’auto, attivo il GPS. Ho batteria sufficiente sul telefono: sono in solitaria, non si sa mai.

Distendo i bastoncini e parto, salgo velocemente. Alle briglie mi fermo un attimo, in dubbio ancora se salire per la direttissima: avrò solo i bollini rossi per lunghi tratti, al buio la traccia si confonde nel bosco.

Ma è un attimo: è deciso, seguo la tabella e mi infilo nel bosco senza ripensarci.

La salita è costante, il ritmare dei bastoncini cadenza il passo come un metronomo: spingo, guardo solo davanti a me, senza alzare gli occhi. Il sudore mi incolla la maglietta, scende sulle lenti anche se ho la fascetta. L’acqua ce l’ho dietro nel camel bag, è scomoda, la lascio lì, tanto in un’ora sono su.

Passo il gravone a destra della cava, sto attento a non perdere il filo del sentiero. Ci vedo solo con la frontale, fuori dal bosco l’afa nasconde quasi tutto.

sulla direttissima del Pizzoc

Non sento la fatica, sono concentrato a cercare i segni rossi: salgo in spinta, non penso a nulla.

Non penso a nulla; rotolo dentro una bolla che mi isola da ogni cosa: c’è un vuoto tra la percezione dei sensi e ciò che mi circonda. Il fascio di luce mi fa strada tra i segni del sentiero, la fatica sopprime la pur minima preoccupazione.

Arrivo al Berry, mi tengo a destra e prendo l’ultimo tratto. È buio pesto; “stai attento, cerca il bollino…” me lo ripeto all’infinito. Ormai manca poco al pilone. Ma non arriva. Il bosco è opprimente. Finalmente passo il prato, esco dal bosco per un attimo, respiro. Una serpentina tra gli abeti e d’improvviso sono ai piedi del gigante di cemento della vecchia teleferica: manca poco!

Mi tengo sulla destra, cerco il varco tra rami e tronchi tagliati di fresco. Si sente già il chiasso del rifugio e un odore dolciastro di carne alla brace. Esco sul prato e cammino sull’erba alta: lassù il chiarore delle lampade, eccomi, grandissimo, è fatta!

croce cima Pizzoc

Passo la staccionata, fa fresco, sgancio le fibbie e metto lo zainetto su una spalla per essere comodo a prendere il cambio e l’acqua. Alla fine decido di entrare e prendere una coca cola. Mi guardano spegnere la frontale, emergere dal nulla: mi fanno una battuta ma non mi preoccupo di quello che possono pensare.

Esco subito, salgo alla croce, cerco invano di fare una foto al buio e prendo per le casere Pizzoc: scenderò per l’Agnellezza. Anche gli ultimi bagliori del tramonto si sono persi dietro il col Visentin e c’è una magrissima luna che ben poco mi fa di compagnia.

Faccio attenzione, la discesa è un continuo cambio tra crodette e gravone di calcare e prato, poi radici e salti che in un attimo ti stendono a faccia in giù. Sul saliscendi prima del bivio con la val Scura un po’ d’ansia: quelle voci del bosco che prima non coglievo adesso le sento. Faccio anche un paio di scatti di lato, la stanchezza si sta burlando di me e delle mie sicurezze.

Ma ormai sono sulla carrabile, devo solo scendere alle briglie, è un attimo. Accelero il passo, piego i bastoncini e stringo le fibbie per bloccarli. Sulle rampe di cemento mi segno: d’istinto, è un segno di riappacificazione con le mie paure immotivate. Di appartenenza al mio territorio.

Salgo in macchina, mi cambio.

Scrivo: “Sono arrivato, torno a casa”.

Sto bene, il mio viaggio continua.