L’infortunio del runner resiliente

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L’infortunio, un periodo di cambiamento.

Un runner lo sa: l’infortunio è dietro l’angolo.

Arriva, implacabile, perché è uno sport d’impatto e, che se ne dica, è umano cercare il proprio limite.

Ne sento sempre: l’uomo è nato per correre, altrimenti salterebbe ancora di albero in albero. Oppure: correre fa bene perché attiva il metabolismo e aiuta a perdere peso. Andiamo avanti con la lista? Non serve…

Ci sono dei dati oggettivi: correre mette a dura prova il nostro fisico, a partire dalle nostre articolazioni. È normale “che si rompa qualcosa”, prima o poi.

Ma il vero dramma è quello soggettivo: cosa faccio quando mi infortuno? E qui ti voglio: soprattutto al giorno d’oggi, quando nei social vedi che gli “amici” postano corse ed esperienze incredibili e tu sei ai box a rodere e soffrire.

Nessuno se ne tiri fuori: su questo siamo fatti con lo stampino, chi più chi meno senz’altro, ma tutti a toccarsi la parte dolente e a guardare da dietro la porta quello che fanno gli altri. Con un po’ di rabbia, a volte malcelata.

Capita a tutti, non c’è nulla di cui vergognarsi.

Sono resiliente, per questo ci credo ancora

Spesso la percezione immediata dell’infortunio è quella che non sarò più come prima: la mente dell’Uomo viaggia spesso su un binario che parte parallelo alla situazione reale ma che poi diverge con il passare del tempo.

E quella che è una situazione contingente diventa un’ossessione: è finita, appendo le scarpe.

L’ho vissuta più volte. Non più di qualche anno fa, dopo essermi sentito dire che gioco forza dovevo abbandonare la corsa, ho ricominciato con pazienza e sono riuscito a completare le prime ultra. Piangendo all’arrivo: ne conservo ogni momento, perché mi sia di monito al non lasciarsi sopraffare dall’angoscia del momento dell’infortunio.

Ma non chiedermi perché cado e mi rialzo, piuttosto prima ti porto a correre e poi ci confrontiamo. Capirai perché non posso fare a meno del mio correre per sentieri. Magari chiedimi perché arrivare al limite: ecco, su questo te ne do atto. Ogni vissuto è un universo a sé; sicuramente il fatto di provare ad andare oltre è più di alcuni e meno di altri. E quando esageri non fai che anticipare l’inevitabile.

Mi metto tra quelli che esagerano, pur riconoscendo di non avere la fortuna di essere nato per essere un runner di razza.

Ma sono resiliente: prendo la trambata, ci sto male e provo a rialzarmi. Guardo in su, scruto quella cresta e dico che ci devo arrivare! Soprattutto dopo aver capito dove ho sbagliato. Mi prendo il tempo che serve, miglioro la tecnica di approccio alla corsa, cerco quel lato della disciplina che mi manca.

Non smettere di salire! Il viaggio continua

Quante volte l’ho letto e scritto, e lo ripeto di continuo: l’essenza del mio sentirmi resiliente. Cado, ma faccio tesoro di quello che è successo. Non mi vergogno di essere infortunato: ho sbagliato, accettami per quello che sono, anche adesso.

Allora, amico mio, ti capisco se cerchi di stare un po’ solo. Ti aspetto, tu aspetta me quando sarà il mio turno. Non avere fretta: se vuoi, vengo a camminare con te.

Un passo alla volta.

Intanto chiacchieriamo, stiamo insieme: guarirai e poi torneremo a correre per creste.

non smettere di salire, mai!!!