Il mio viaggio da scopa al Gran Raid delle Prealpi

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Sintesi   

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Lf Hiker | E.Pointal contributor

Gran Raid delle Prealpi 2018 >>   

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Descrizione

Gran Raid delle Prealpi 2018

Gran Raid delle Prealpi 2018

Indosso la casacca gialla della scopa: sono pronto.

La partenza alle 4.00 di mattina è davvero insolita. E la corriera dai laghetti l’abbiamo presa all’1.00, il che significa partire da casa poco dopo mezzanotte. Mentre vedi le auto in strada di gente che va a divertirsi il sabato sera, tu ti rechi dove ti scarrozzeranno per il via dell’ultra rinunciando a dormire.
Si, ci ho provato a dormire un po’ a casa, ma al massimo ho chiuso gli occhi per un paio d’ore, cercando di convincermi che farò del mio meglio. Sarà quel che sarà.

Parcheggio ai laghetti, scendo e trovo subito Enrico, Silvia e Annamaria: i miei compagni di scopa della prima parte della gara. Wow, dico. Alla faccia delle coincidenze! E immediatamente dopo la Betty, sorriso stampato:

“Ciao Andrea!!!”

“Sei pronta? Vai serena, non arrivare spompata al Visentin”.

“Tranquillo, grazie! Starò attenta”.

Ed è andata come un missile: vittoria e tra i primi dell’assoluta.

In pullman chiacchieriamo un po’, ovviamente di trail, di sentieri, anche dei figli e della famiglia. Poi si chiudono gli occhi. Cerco di riposare, in fin dei conti non devo gareggiare ma sono di servizio: so che ci saranno decisioni da prendere. E 72 km di montagna da fare nelle 18 ore del regolamento; non è contemplato il ritiro della scopa.

Dopo un’ora siamo a Segusino. Danno la sveglia in palestra, un brulicare di runner che raggruppano le proprie cose, affaccendati a sistemare l’attrezzatura. Ci si ritrova, si conoscono persone nuove; con la mia casacca gialla di scopa aiuto gli organizzatori nelle piccole faccende pre-gara e il tempo vola.

In un attimo è già l’ora della partenza. Alex con il suo microfono dà la carica e lo start è dato. Mi dimentico perfino di far partire il gps, ma rimedio subito.

scope in partenza al Gran Raid delle Prealpi
Scope in partenza al Gran Raid delle Prealpi

La lampada frontale persa e il ragazzo taciturno.

Inutile dire che nonostante avessi la canotta con scritto “scopa”, e non un pettorale, sono scattato come ai blocchi: i miei compagni mi hanno preso per il camel bag da subito.

“Sta bon, cammina! Lascia un po’ di spazio!”

“Ma io devo correre dietro all’ultimo!”

“Andreaaaaa, sta qua dietro! Varda che te meno”.

Soprattutto le due Beffy sono passate alle maniere forti:

“Ok ok ok, ho capito”.

L’anno scorso l’ho fatta, la gara, anche bene, è un terreno che mi piace, il dislivello mi è amico. Ah scusa, per non fare confusione: Silvia è Beffy Sport e Anna è Beffy Crazy. Crazy sul serio.

Quest’anno non sono un concorrente. Il Gran Raid è la sintesi del mio territorio, il mio viaggio per eccellenza: sono lì dietro, oggi, perché voglio prendermi tutto il tempo massimo possibile per godermi ogni singolo metro di sentiero. Ogni metro, la visuale davanti e non a guardarmi i piedi perché ho una gara da concludere.

Correre con la frontale è sempre emozionante: i sensi sono acuiti dal buio che fendi correndo. Fa fresco, siamo partiti tutti con uno strato in più; per un paio d’ore va bene così. Passiamo il centro di Segusino dove alcuni ragazzi un po’ alticci, birra in mano, ci salutano; il loro sabato sera non si è ancora concluso. Un fastidiosissimo mal di pancia continua a torturarmi, residuo di un virus di qualche giorno prima. Controllo il pacchetto di fazzoletti che ho infilato nei pantaloncini, pronto all’uso: lo spazio nel camel bag se l’è presa la radiolina dell’organizzazione. È una delle prime cose a cui penso, quando faccio l’inventario la vigilia di un trail.

Abbandoniamo la strada, davanti a noi ormai camminano, anche se spediti. Butto qualche parola ad un ragazzo, ma capisco che non è il caso; procede costante sulla sua strada. Mi richiamano spesso più indietro, le Beffy, che ridono, scherzano. Uno spettacolo con loro! Enrico ci racconta un sacco di storie, il morale nostro è di festa. Ma ‘sto ragazzo taciturno, mi rendo conto in bosco, non ha la frontale. Corricchia e mi ci incollo dietro: gli faccio luce con la mia. Impossibile procedere altrimenti! C’è un tratto umido, si scivola, al buio sei spacciato. Ne parlo con i miei compagni, siamo un po’ titubanti. Anna lancia una battuta per vedere se almeno ci risponde. Niente. Ricomincio a tallonarlo, ci ragiono e poi vado:

“Scusa, per favore mettiti la frontale. È il regolamento. È pericoloso procedere così”.

Finalmente mi risponde:

“Mi sto allenando per andare con il buio. Ho letto benissimo il regolamento e dice solo di averla”.

“Scusami, ma insisto. Metti la frontale, altrimenti dobbiamo segnalarti”.

Senza fermarsi, fruga e si mette qualcosa, ma non l’accende. Scatta e si porta avanti: adesso siamo dietro a Stefania; lui imperterrito procede spedito con la lampada in testa, spenta. Ad un bivio segnalo ad un volontario di far controllare la presenza della frontale e di farla accendere: nel dubbio preferisco la figura barbina al rischio che si trovi solo senza luce.

L’aspetto curioso di questa faccenda della frontale è che, la mia, l’ho persa tra Milies e Valpiana! O meglio: l’ho spenta all’alba, appoggiata per togliermi la termica, e lasciata sul sentiero. Mi è venuto il dubbio solo a Praderadego, avvalorato dal controllo che ho fatto del contenuto del camel bag. Che deficiente che sono! Mi ci ero affezionato alla mia Petzl; mi vien male a pensare a quanta strada abbiamo fatto insieme.

Insomma, recuperare una frontale è stato l’incubo della seconda parte del mio viaggio: devo ringraziare un volontario del soccorso medico che me ne ha prestata una a forcella Zoppei. Rischiare non fa parte del mio viaggiare in montagna.

Enrico, Beffy Sport e Beffy Crazy
Enrico, Beffy Sport e Beffy Crazy al Gran Raid delle Prealpi del 2018

Accompagnando Stefania, fino a Praderadego.

Con Stefania abbiamo fatto un lungo tratto del Gran Raid. Qualche acciacco, un po’ di difficoltà a respirare, lei. Ma quante chiacchiere! In preparazione alla LUT, ha voluto esserci. Come un diesel è salita con il suo passo. Corricchiando quando l’ascesa smollava. Ad un certo punto, fuori dal bosco e con il Cesen a vista, ha passato il ragazzo taciturno e via, sempre costante.

Una visuale finalmente aperta con l’alba da poco alzata. Gli occhi sulle vette feltrine, sporcate da qualche nuvola, e il verde brillante dei prati a contrastare l’incolore pianura tagliata di netto dal Piave. Un vento freddo, impetuoso già sotto il Cesen; le mani intirizzite che a fatica cercavo di proteggere.

Il nostro ragazzo taciturno vagava, camminava. Piano piano. Più che trail running, eravamo al livello dell’escursionismo di base.

Abbiamo cominciato a sbalisare, come da istruzioni ricevute. Dietro all’ultimo. Piano. Non parlava; ogni tanto mi ci incollavo e lo sentivo ansimare. Forse stava chiedendo troppo. Forse non ha valutato a cosa andava incontro. Ma eravamo a 1.000 metri di dislivello: ne mancavano 3.600 e 55 km di dura montagna.

Sul Cesen il vento ci portava via; le mani occupate per raccogliere e portare i contrassegni della gara. Ma la preoccupazione era ‘sto ragazzo: a Mariech dovevo sganciarmi per arrivare puntuale al cancello di Praderadego. L’andatura presa era improponibile. Ma mica posso dirgli: “Forse è il caso che ti ritiri, se già sei provato qui”. Mi limitavo a chiedergli ogni tanto come stava, senza riuscire ad instaurare un dialogo. E così ho fatto: un abbraccio ai miei compagni e sono andato. Correndo! Finalmente, correndo! Sempre con il mio mal di pancia, ma libero di andare.

Dalla mezz’oretta di distacco, già alla Posa ero a pochi minuti; in un attimo l’ho presa, la mia Stefania.

“Adesso ti accompagno, arriviamo giù a Praderadego; tempo ce n’è per il cancello delle 11.30”.

E così abbiamo chiacchierato, tanto. Su e giù per le rampette, direzione monte Crep, che con abile maestria il buon Mauro ha introdotto quest’anno. Faticava in salita. Recuperava in discesa. Un po’ di corsa dove possibile.

“Guarda, tra poco scendiamo, poi ci aspetta il muro per il col de Moi, 450 metri secchi. Un paio di cime e poi di nuovo giù al San Boldo”.

Le stavo dietro, sbalisavano le Beffy ed Enrico, accompagnando il ragazzo taciturno se avesse deciso di proseguire.
Dopo Canidi, sento un ronzio dalla radio. Poi:

“Andrea, dove sei?”

“Rampa e poi scollino, mi vedi?”

Davide alla radio che mi chiama. In poco siamo saliti e raggiunto al controllo sul Crep: ho lasciato andare Stefania e sono rimasto un bel po’ lassù. Vedetta sulle Prealpi, le antenne del Visentin appena visibili, lontane, sommerse dalle nubi.

“Io scendo con la macchina, ci vediamo al ristoro”.

“Ok, vai”.

Un’oretta, bosco e discesa; il passo per arrivarci c’è.

“Andrea, penso che mi fermerò, oggi basta così”.

“Devi decidere tu, Stefania, questo cancello lo passi senza problemi”.

Un ripensamento, poi il ritiro. La saluto, un bacio. Verificano del ragazzo taciturno:

“Si è ritirato, potete cominciare”.

Bene, siamo sempre mezz’oretta in anticipo.

Acqua, sacchi per le fettucce ne abbiamo, da adesso al traguardo il compito di sbalisare è ufficialmente compito nostro. Davide è fresco e io ho voglia di aumentare i giri. Gli chiedo di aprire il camel bag per rassicurarmi di avere la frontale: non c’è, dimenticata. Amen, devo trovarne una. Sono a 7 ore di viaggio, 30 km fatti, ci dicono che l’ultimo è a un quarto d’ora.

Provo a mangiare qualcosa, spero di non peggiorare il fastidio che provo al ventre. Adesso comincia la parte più dura del tracciato; un po’ di calorie devo comunque aggiungerle. Andando a un regime così basso devo solo sostenere il minimo: si arrangia il metabolismo lipidico a darmi l’energia che serve. Nel camel bag ho riserve per saltare anche tutti i ristori ma non acqua a sufficienza per non andare in crampi. E senza acqua a disposizione sul percorso, il trail running può trasformarsi in un viaggio a corto raggio.

Con Stefania, verso il controllo sul Crep
Con Stefania, verso il controllo sul Crep

In cresta verso il San Boldo con il runner tosto.

Stretta di mano con Davide e via. Finalmente una salita al passo! Spingo sui bastoncini, ho bisogno di sentire la fatica. Mi fermo al volo a tirar su le bandierine. Dove posso slaccio le fettucce, altrimenti le strappo. Quante! Anche i cartelli con i paletti, c’è una montagna di roba da portar via. Davide tiene una borsa capace per la plastica; all’inizio gli caccio anche le bandierine. Poi me le tengo, le stringo sul bastoncino e via.

Alla fine del bosco lo abbiamo già preso, il nostro ultimo. Ci guarda un po’ stupito:

“Siete la scopa?”

“Eh sì”.

“Nessun altro dietro?”

“No, ma vai tranquillo, tieni il tuo passo! Noi ne abbiamo da fare”.

Ma fa fatica. Tanta, lo vediamo sul prato in vista del col de Moi. È un tipo tosto, pensavo fosse in crampi ma in realtà era proprio al limite.

“Eh, faccio un po’ di fatica, ma non mollo mica! Son posti da voi malgari, che ci salite tutti i giorni”.

Non me la sentivo di dirgli che sono nato e vivo in pianura e queste montagne me le rimiro e sogno, come lui, guardandole dalla strada. Mi preoccupa, invece, quell’andatura rigida: si sale dritti per dritti sulle rope sul col de Moi, la pendenza non da scampo. E nelle gambe non ne ha. Ne approfitto per godermi lo spettacolo che si gode da lassù, ripensando alle prese deserte sullo Schiaffet fatte con Guglielmo qualche mese fa, ai passaggi veloci in forcella Foran, alla discesa sul toboga di fango al trail del Gevero. Non riesco a trattenermi:

“Davide, vedi, da laggiù parti da villa Mary e fai le creste fino alla val del Diavol, ma se tagliamo giù a destra, si può passare il Loff e andar giù per le scalette”.

Ho la fortuna che Davide è un santo, e non mi manda a ramengo: al suo posto l’avrei fatto.
Con calma scolliniamo, incrociando un sacco di escursionisti che ci fermano per chiedere della gara. Ci facciamo qualche foto, diamo un po’ di respiro al nostro uomo. Ci sono degli scorci incredibili: d’infilata abbiamo il Vallon Scuro e poi, dopo il taglio al Crodon e forcella Bomboi, la bellissima discesa al San Boldo.

Cerco di chiacchierare con il nostro runner, mi fa vedere la mano gonfia e il mignolo fratturato in una caduta.

“Non è il caso che la fai vedere al personale medico al controllo?”

“Ma no, non mi serve per correre, chi se ne frega. Son qui e me la faccio tutta”.

È un tipo cazzuto, niente da dire. Uno con le palle, ma forse, oggi, è un po’ troppo per le tue forze.

“Vedi, adesso scendiamo. Poi abbiamo il monte Cimone da fare; sono quasi 600 metri di dislivello. Lo vedi di fronte a noi?”

Non voglio terrorizzarlo; oggettivamente deve valutare lo sforzo che dovrà sostenere solo per poter vederlo, il Visentin. Non lo biasimo, al suo posto sarei ancora peggio, dovrebbero strapparmelo il chip.

“Ah però, saliamo a destra o in mezzo?”

“Guarda, saliamo su in cima, abbiamo passato da poco metà gara”.

Continuiamo a tirar su bandierine, a strappare fettucce. Ci siamo specializzati: Davide porta la borsa con la plastica, io soprattutto le balise. Se mi fermo a strappare, mi supera fino al contrassegno successivo. E via, stop & go senza tregua; con le mani occupate diventa difficile anche scattare una foto o rispondere ad un messaggio. Davide è più organizzato e riesce a far tutto, anche a mandare a Luca un sacco di istantanee che subito vengono pubblicate sui social.

Lungo la stradina di asfalto, ormai prossimi al passo, vedo il nostro runner che prende il telefono e chiama. Forse ha deciso che per oggi può bastare. È così, ci saluta e si ferma.

Ti ricorderò sempre, sei un tipo tosto, amico. Mi ricorderò quell’occhiolino che mi hai fatto quando ti sopravanzavo per guardarti in volto, a dirmi che sapevi tutto. Ma che volevi andare avanti. Ti capivo, sai, che credi.

Hai fatto bene a fermarti, perché non era un problema di giornata storta ma di aver sottovalutato il Gran Raid. E non basta finir bene un trail per dire: ok, ci vado.

Il runner tosto verso il Crodon del Gevero
Il runner tosto verso il Crodon del Gevero

Passando per la Posa, in compagnia del runner solare.

Sto molto meglio, i miei fastidi di pancia ormai sono quasi svaniti. Mangio, bevo, chiacchiero, cerco di rimediare una frontale per dopo. Che deficiente che sono! Me lo sono ripetuto all’infinito. Amen, qualcosa troverò, anche una pila. Ma adesso andiamo, finalmente si sale e abbiamo campo libero.

“Davide, prendiamo l’ultimo, vediamo chi ci capita stavolta!”

Sappiamo di avere un bel buco davanti, spero tanto ampio da poter far girare le gambe. Sulla carrabile in cemento stiamo insieme, ma quando si entra in bosco e la pendenza aumenta vedo rosso. Strappo, raccolgo, ogni tanto mi fermo e aspetto il mio compagno. Sembra quasi voglia piovere: ho ancora vivido il ricordo della pioggia presa l’anno scorso. “Beh, che venga pure giù”, penso, e spingo forte.

Scolliniamo, consegniamo chili di materiale a dei volontari che poi troveremo in altri due punti, fino al Pian de le Femene. Sembrava una comica, loro si spostavano con la jeep, noi di corsa. Puntuali, ce li trovavamo davanti. “Ma come fate a precederci!” Loro, in compenso, ci guardavano con quel dire tra sé e sé: “Non sono apposto, ‘sti qua”. In effetti, valevano entrambe le considerazioni.

Tutto il tratto verso Posa Puner lo abbiamo corso, con passo da ultra compatibile con lo sbalisare. Eravamo entrati in un’altra dimensione, quella che ti avvicina al Visentin. Adesso ti vedo bene, col Santin. Ho un rapporto speciale con te; lassù sono in pace, non mi stancherò mai di salirti in groppa.

Davide mi dice che ha deciso di farla tutta, fino al traguardo. Sei un grande! Sono onorato di accompagnarti nei tuoi primi 40 km di trail, stai con me che ti diverti e facciamo un gran viaggio. La pioggia non arriva, anzi c’è un ultimo sole che scalda ancora; verso la Valbelluna, invece, le nubi sono dense e compatte.

Cominciano i prati, correrci è fantastico, impossibile stancarsi qui. Per un bel pezzo cavalcheremo queste onde di verde brillante, lungo sentieri che incrociano lame e casere di biancone, ridotte a poco meno che ruderi. Dopo la Posa, sull’ennesima rampa “da malgari”, troviamo il nostro nuovo compagno. Una persona solare, lo vedi dai polpacci che non è l’ultimo arrivato. Ha ancora un buon passo, chiacchiera volentieri. Davvero sono convinto che può portarla a casa ma mi rendo anche conto che devo lasciargli un po’ di spazio. Se gli sto a fianco, rischio che canni il passo e non regga. Mi fermo con Davide, ce la prendiamo più comoda.

Mi piace ‘sto tipo! È aperto, passi corti ma va avanti. Ogni tanto lo raggiungo e scambio due parole. Gli spiego al volo cosa manca: la salita al monte Pezza, la discesa dai 1.500 metri di forcella Zoppei, il muro a cui è meglio non pensare adesso. Manca un bel po’, in effetti.

“Vai tranquillo, il prossimo cancello lo passi”.

Ero sincero e oggettivo. Ma forse mascherava una stanchezza che non lasciava trasparire: mi ha sorpreso non poco il ritiro alla piana. Probabilmente solo una giornata no; ci ritroveremo ancora, è stato un piacere condividere un tratto di strada insieme!

Al Pian de le Femene la vista di Adriano ci ha fatto bene: Adriano ha il potere di trasmettere sicurezza e tranquillità. Ci ha dato un po’ d’acqua, due risate, scambiato qualche parola. Gli ho chiesto se riuscisse a farmi avere la frontale:

“Conto su di te, devo arrivare al traguardo e mi serve”.

“Vado giù e chiedo. Faccio quello che posso”.

“Ciao Adriano, lasciaci un po’ di birra ai laghetti”.

Una stretta al camel bag:

“Pronto Davide? Chi prendiamo in custodia adesso?”

Con il runner solare, dopo Posa Puner
Con il runner solare, dopo Posa Puner

Le treccine e i tanti Matteo: direzione Zoppei.

Abbiamo qualche km per arrivare al ristoro di casera Sonego, dopo il monte Cor, ma siamo ancora soli; ne approfittiamo per correre.

Al solito ci si ferma a raccogliere e strappare balise ma farlo in aperto, su quei prati, non pesa. Mi fermo ad aspettare Davide che riesce anche a comunicare con l’organizzazione e a mandare foto. Da questo punto di vista non sono molto esemplare: se non c’è un’emergenza, o non si fanno sentire, non chiamo. E sbaglio.

Alla carrabile ormai siamo in vista del ristoro. Miriam e Tiziana ci chiamano; ho fame, mangio e bevo più del solito. Ma sto benissimo. Viaggiare a ritmi così blandi ti permette di fare strada senza fatica.

È lì che troviamo Ester; l’avevamo puntata un po’ prima e lei, accortasi, aveva accelerato. A vederla mi dava l’idea più prossima ai 30 anni: poi ho scoperto essere mia coetanea. Due treccine, accento vicentino, tre figli. Polpacci adeguati, sorriso e parlantina. Matteo sul pettorale solidale.

“Mica pensate di tenere ‘sto passo, voialtri, vero?”

Ci tuona.

“Vai tranquilla, siamo in anticipo sui cancelli. Vai con ‘sto passo e arrivi senza nessun problema”.

Prende e va; lei in gara, noi scopa a chiudere.

Stiamo un bel pezzo; siamo in compagnia e ce la godiamo. Ogni volta, lassù è uno spettacolo e si fa fatica a ripartire. Qualche foto, un sorso d’acqua ancora, un pezzo di focaccia ancora. E poi si ricomincia, prossima tappa forcella Zoppei: se la ragazza con le treccine davanti tiene, qualche ora e siamo alle antenne.

Il tratto che sale al monte Pezza e scende per la forcella è un tuffo nella storia del nostro territorio. Luoghi antichi di fienagione e di alpeggio, di vita dura tra dossi sinuosi che oggi percorriamo affascinati dalla loro maestosità. Galleggiamo nell’erba, tra qualche rovo a punteggiare i prati. Lungo un sentiero disegnato ad arte, che ne segue i profili ondulati.

Ester la vediamo, è un attimo prenderla. Ma Davide mi chiama:

“Stai qua, lasciala in pace”.

Mi vengono in mente le Beffy della notte.

“Hai ragione, dai. Tempo ce n’è”.

Per fortuna c’è Davide. A Zoppei ci ricongiungiamo, le dico due parole. Fraintendo una risposta:

“Non vorrai mica ritirarti!”

“Ma sei fuori? Non ci penso nemmeno, adesso che son arrivata fin qui! Ho Matteo che mi aiuta!”

“Ah bon, sennò ti do due legnate con i bastoncini e ti mando avanti! Adesso si scende, poi c’è il bosco. Poi non pensare e sali. Ciao, a dopo”.

Ancora il Matteo del pettorale solidale. Poi scoprirò che, in realtà, di Matteo ce ne sono altri due.

Solita festa al ristoro: abbracci e strette di mano, qualche foto con Fabrizio. Chiedo per una frontale, ormai non ho molti spazi per recuperarne una. E la trovo! Un volontario del supporto medico, due mani giganti, mi fa:

“Vieni con me, poi la porti al traguardo all’ambulanza”.

Eccola! Petzl, batterie nuove di ricambio.

“Grazie grazie grazie! Sei il mio angelo!”

Adesso ho tutto; siamo anche in anticipo della solita mezz’oretta sul cancello. Se la ragazza con le treccine davanti tiene…

A distanza da Ester, verso Zoppei

Un passo alla volta, con l’alpino: col Santin, ci siamo.

Corriamo sulla tagliafuoco, Davide mi sta dietro e penso di raggiungerla in poco. Lo avverto: attento che qui, nella tracciatura, Mauro ha fatto il capolavoro. Ci sbatte giù ai 1.100 metri, poi ci illude con tratti scorrevoli in bosco fino alla mazzata. Il muro comincia circa al 59° km; sono 12 ore che è iniziata la gara. Lei è lì, la troviamo che arranca, un passo alla volta.

“Tranquilla, Ester. Siamo qui solo per farti compagnia”.

Le parlo ogni tanto, faccio di tutto per essere silenzioso. Davide è dietro, la salita è impegnativa. Il bosco è opprimente, non vedo l’ora di uscire.

Ai prati si vedono le antenne: sono distanti, Ester ci parla delle sue gare. Le dico che la Trans d’Havet è un sogno che spero di realizzare: lei è vicentina, è un ultra di casa sua. Mi racconta che ha tre figli, uno si chiama Matteo:

“È destino, oggi! Faccio sostegno e seguo un altro Matteo. Oggi arriverò per loro, stanne certo”.

Ormai non abbiamo dubbi che ‘ste treccine arriveranno in fondo!
Poi un urlo, da sotto:

“Andreaaaaaaaaaa! Davideeeeeeee! ‘Spetemeeeeee!!!”

Eccolo Andrea musset con la casacca della scopa!

“Sono partito da Zoppei e ho corso come un disperato per prendervi!”

“Respira, Andrea, recupera!”

Inutile dire che con Andrea, alpino fino al midollo, nato sulle falde del Visentin, la scossa è arrivata. E che scossa! Un’energia contagiosa: adesso eravamo tre scope ad accompagnare un paio di treccine sulle antenne del monte più alto, e sacro, delle Prealpi. Ragazza, stai certa che il Gran Raid è tuo.

Un passo alla volta; noi in chiacchiere su tutto, lei facendo appello ad una forza sovrumana, il col Santin lo abbiamo preso. In tempo, con un po’ di anticipo. Sorrisi di Patrizia e soci, tanto freddo, abbiamo aperto le nostre birre. Eh sì, perché Andrea me l’aveva promesso “Quando siamo su, brindisi e non si discute”.

Ci cambiamo, c’è vento e siamo sudati. Metto la termica che ho usato la notte e mangio salame a manate, un po’ di pane. Ester sembra un’altra, ha il volto disteso di chi ha affrontato e vinto una battaglia epica. Andrea è inarrestabile, una fonte di energia inesauribile, e ci trascina in mille discorsi e racconti; una forza della natura. Poi lei riparte, la vediamo incamminarsi spedita sulla rampa del sentiero delle creste, che percorreremo fin quasi Faverghera.

Voglio stare un po’ solo, parto quasi subito; è il tramonto, corriamo sul filo della schiena del gigante disteso tra la val Lapisina e la Valbelluna. Sono un tutt’uno con la terra e i sassi che sto calpestando, leggero, sull’erba che per secoli ha permesso ai nostri vecchi di sopravvivere in questo ambiente ostile. Passiamo radenti i crep de le Zilighere e del Fadel, incrociando il troi del Coston che sale da casera Marin. Sotto vedo ogni tanto il troi de Medo, come un filo d’argento ricamato ad arte sul prato che termina poco prima delle Lisse.

Non sento la stanchezza, chiuderei solo un po’ gli occhi per sentire il vento fischiare e abbracciarmi.

Poco prima di Faverghera tagliamo per il TV1 verso casere Mognoi, un mare sinuoso di verde che si affaccia sul lago di Santa Croce; eccolo, l’Alpago si apre davanti a noi.
Sorrido mentre scendo per la valle del crep de la Pala.

Accompagnando le treccine sul Col Visentin
Accompagnando le treccine sul Col Visentin

La discesa con Andrea da Battipaglia: sei il nostro eroe.

Sono partito dal Piave, questa mattina, e adesso lo raggiungo in quello che fu l’inizio della sua ramificazione per la vallata, ora sbarrato dalla frana del Fadalto. Mi fermo alla casera dell’Armada, malinconico. Lascio i miei compagni andare avanti. Ester si è presa il suo spazio e non la si vede più. Cerco di riempirmi gli occhi, come sempre: il mio viaggio è al termine, adesso inizia il bosco, si scende e basta. Sta arrivando anche la penombra, tra poco saremo avvolti dalla coperta della notte e dovrò per forza solo guardare avanti. Siamo alla fine, ma è anche l’inizio della normalità, per questo ne cerco la memoria in un paio di foto che faccio al volo.

La discesa per il Verdil è impegnativa ma, per fortuna, non è un toboga scivoloso come lo diventa quando piove. Raggiungiamo Andrea, superato dalle nostre treccine vicentine. Andrea è di Battipaglia, un uomo d’un pezzo: ci racconta che l’anno scorso non è riuscito a finirla. Per questo aveva un conto in sospeso.

È il nostro eroe! Stiamo insieme con lui, che è molto affaticato, siamo un fiume di parole. Soprattutto il nostro, di Andrea, musset per capirsi, lo incalza con gare, ricordi, suggestioni.
Ah sì, musset perché nelle rievocazioni storiche è conducente di mulo con le salmerie, Alpino integrale senza dubbi, direi l’archetipo dell’alpino, “di quei che vien fora col stampin”; solo a titolo di cronaca.

“Manca tanto?”

“No, 15 minuti siamo a Brigola”.

Ci chiedono a turno. Ogni 10 minuti la stessa storia.

“Manca tanto?”

“No, tranquillo, 15 minuti e ci siamo, poi 5 km di piano e finish”.

Avanti così per tre quarti d’ora, il nostro concorrente che ogni tanto scivola e lo teniamo a vista.

“Ma dovete sapere che questa gara, su questa distanza, è una delle più difficili e famose d’Italia”.

Ci dice.

“Sì sì, indubbio, ne siamo consapevoli”.

“Però finire il Gran Raid lo devo!”

“Beh, Andrea, non avrai mica ancora dei dubbi!”

Ogni tanto faccio anche fatica a comprendere quello che mi dice, un po’ in dialetto e un po’ mangiandosi le parole. Ma è un eroe, e così ne abbiamo cura e rispetto.

200 metri prima delle Caloniche eccole: Silvia e Paola, nostre compagne della scuola di maratona, ad anticipare il ristoro.

“Il migliore! Mi raccomando! Ditelo al traguardo!!!”, incalzano.

Si prendono cura di Andrea e li lasciamo andare: poi ritroviamo anche Ester, ne esce un gruppo di festa vera! Andrea, commosso, riparte subito: deve fare in conti con le energie che gli rimangono. Le treccine ne hanno ancora, di forza, e si ferma per qualche minuto. Ancora un po’ di birra e un po’ di salame, tanti abbracci, strette di mano. Siamo tra amici della SdM, in tanti, soprattutto del gruppo trail.

Gente con cui ci corri insieme e che ti capisci con un’occhiata. Grazie; impossibile non sentirli parte della tua comunità, dove condividere quello che puoi donare.

Il tratto finale è al buio. Accendono la frontale, io no. Ce l’ho, nel camel bag, l’ho recuperata in forcella Zoppei. Ma mi sembra, usandola, di sporcare il viaggio con qualcosa che non è mio. Ho loro che fanno luce davanti; sono partito con le mie cose e arrivo con le mie cose. Non so me mi puoi capire. Era giusto così.

Raccogliamo gli ultimi balisaggi: per fortuna siamo in tre! Sul lungolago, prossimi al traguardo, non sappiamo più dove mettere il materiale. Sicuramente qualcosa ci sarà sfuggito; amen, Mauro, non volercene. Mettiamo al lavoro soprattutto Davide che è meglio organizzato e ha le mani più libere.

Lasciamo Andrea correre avanti perché si prenda gli applausi.
Poi ci aspettiamo, ci guardiamo. E cominciamo a correre; Alex ci chiama: siamo a casa.

 

Non sono stanco, ho ancora voglia di correre. Di correre la notte, da solo, in questi che sono i miei luoghi. Col mio passo, fermandomi quando ne ho voglia. Sono disposto ad accendere la frontale che mi hanno dato. Ma per oggi è abbastanza, e mi faccio abbracciare.


Sono un runner in viaggio, e viaggio di corsa.

I due Andrea e Davide sui prati dell'Armada
Con Andrea "musset" e Davide sui prati dell'Armada
Autore:

Andrea "wild" Sanson