Strafexpedition, caleidoscopio di emozioni

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4ª Strafexpedition – 50km e 2200mt d+

Asiago 2 settembre 2018

È passato più di un anno, sto ripresentandomi a correre dove sono già stata. Ha un sapore di déjà-vu, ma anche di tranquillità.

La cosa strana di cui non mi capacito è la poca memoria che mi rimane di un percorso già fatto. Forse perché vado con il carburante delle emozioni, guardo i colori, sento i suoni del bosco.

Il sabato tento di organizzarmi, mi sento disorientata come se fossi alla prima esperienza; non so cosa portare, come vestirmi, che alimenti (il furto del mio borsone da trail fa ancora effetto). Comunque mi sono portata quasi tutto il necessario per affrontare anche questo viaggio, non ho i guanti e ne sentirò la mancanza.

Tento di riposare qualche ora.

Sveglia alle 4.

Piove, forte, senza tregua.

Bevo un po’ di thè caldo e salto in auto per raggiungere Asiago.

Mi ritrovo a parcheggiare nello stesso posto dell’anno scorso.

Piove, ancora.

Raggiungo la zona partenza e incontro visi conosciuti.

Luca mi saluta, mi offre un caffè (che non prendo, errore già fatto) e tenta di sollevarmi il morale dicendomi che smetterà.

Dopo la Trans d’Havet ho avuto tempo per meditare e sono stata messa alla prova ancora, parto quindi con un po’ di “magone” (termine dialettale intraducibile) e dico a Martina, che incontro proprio alla partenza, son stomegà.

Sulle note di una tromba il “Silenzio” per ricordare il centenario della fine della Grande Guerra. Momento toccante, soprattutto per il luogo in cui siamo.

Ester Zocche alla Strafexpedition del 2018

3 2 1 via. Partiti!

Siamo in 200 credo, suddivisi tra un percorso di 35km e quello che affronterò io di 50km, corriamo tutti insieme fino al km 14 dove c’è una deviazione.

Il primo tratto pianeggiante serve per farmi capire quanto sono stanca, quanto non allenata, ma anche a tentare di riscaldarmi.

Continua a piovere.

Vanno come dei missili lo stesso e io penso che è meglio tenga il mio ritmo; la salita arriva, ripidissima a spaccare le gambe, ora mi ritorna alla memoria: qui l’anno scorso mi sono fermata a spogliarmi, faceva caldo. Oggi piove. La salita non mi disturba, è resa più impegnativa dal fondo fangoso e bagnato ma ho cominciato ad apprezzare anche questo nei trail.

Al primo ristoro dei 9km che mi sembrano 20, chiedo del thè caldo: l’unica bevanda che cercherò in tutti, l’unica cosa che desidero. Il tempo non molla ma noi siamo più dure, io e le mie treccine, nascoste sotto il cappuccio dell’antipioggia. Non ci lasciamo spaventare facilmente. Qui incontro nuovamente Martina Pellizzari, non è una donna, lei è un caterpillar; in salita va con un ritmo che tengo a fatica, non corre molto, ma tant’è, nemmeno io. Insieme facciamo un bel pezzo, chiacchierando quando il fiato ce lo consente, sorridendo anche, nonostante il tempaccio. Per un po’ la perdo di vista, poi in un tratto che spiana la raggiungo e il suo passo costante mi aiuta.

Arriviamo al bivio del 14 esimo km, lei a sinistra io a destra. Ci salutiamo e mi augura buona fortuna e “aspetto il tuo racconto!”.

In questo ristoro non trovo thè caldo, troppe persone accalcate al tavolo; decido di andare senza prendere nulla. Comincio a sentire il freddo alle mani e non voglio attardarmi troppo, memore del ristoro al Novegno durante la TdH. Via via, spiana, facciamo girare le gambe.

Avanti a me c’è una ragazza molto giovane, la prendo come riferimento. 

Mi ritrovo a guardare intorno, questo paesaggio brullo, sassoso, in alcuni tratti essenziale. Ci stiamo avvicinando all’Ortigara, zona di battaglia, che ne porta le cicatrici sul terreno. E ci penso al freddo di guerra che avranno patito quei giovanissimi ragazzi, quelli del ’99, lo sto patendo anche io, ma il mio è di pace, è per non dimenticare, il mio freddo non durerà molto.

Mi affianca un ragazzo e, come sempre mi capita, si scambiano due parole; giovane, sorridente, appassionato di cammini, nota la mia targhetta con il nome (cammino di Santiago, regalo di un amico).

Raggiungiamo Luisa, scoprirò più tardi, e per un po’ le sto avanti. Poi ad un ristoro passa e va ma non da sola. Quando il tempo non è buono io cerco di non viaggiare sempre in solitaria, mi preoccupo che anche gli altri non siano soli.

Il percorso si snoda anche attraverso le trincee; passiamo all’interno di una galleria. Tra i mughi questi sentieri resi difficili dal fango sono però belli, anche divertenti. Saltare tra una roccia e l’altra, trovare la giusta via, sempre attenta a non sbagliare strada, sempre in allerta per ascoltare i segnali del corpo. In qualche momento la pioggia ci dà tregua ma è solo illusorio, qualche minuto e poi riprende inesorabile. Ad un certo punto mi guardo le scarpe: nooo ancora! Le solette Noene si sono sfilate, le tolgo del tutto e le ripongo in tasca. La differenza si sente, ma tutta questa pioggia non mi permette di fermarmi a sistemarle.

Ristoro di Campigoletti solo idrico, no thè caldo, non mi fermo. Qui ci comunicano che, per un problema di sicurezza a causa del maltempo, la parte del percorso che passa per Cima 12 e il Portule viene accorciata, quindi proseguiamo per questa mulattiera semi pianeggiante e sassosa. Monumenti, siamo circa al 35esimo chilometro, finalmente le mani rispondono meglio e qui trovo thè caldo e pure Luca che non sta molto bene: il freddo patito e la pioggia lo hanno provato, lo vedo sofferente e non mi piace. Beve anche lui thè, che aiuta a riscaldarci.

Scambiamo qualche parola, forse pensava al ritiro, ma riparte assieme a Dario. Mi attardo leggermente, indecisa se cambiarmi, e pensando che li potrò raggiungere non mi cambio anche se l’alpino al ristoro mi avrebbe aiutata volentieri! Riparto pure io senza per altro riuscire a raggiungere quei due che ora hanno messo il turbo. Capita così: un momento pensi al ritiro e sei mezzo assiderato, un momento dopo, due bicchieri di thè caldo ti fanno volare.

Luisa è avanti ma ad un certo punto me la ritrovo dietro: errore di percorso, capita, spesso quando la stanchezza si fa sentire e l’attenzione cala.

Da qui in poi proseguiamo per un bel tratto assieme, scherzando sul tempo, sul fango. Ogni tanto sento qualche “ohhh”, lei che scivola, ma non cade. E poi ecco il momento più commovente, le sono avanti un po’.

C’è discesa. Un bambino e il suo papà, uno striscione.

Mamma Luisa è lì, con le lacrime agli occhi, congestionata dalle emozioni, con il suo cucciolo che la incita a correre. Il mio cuore straripa, come si fa a non emozionarsi. La incito anche io ad andare, in salita mi supera e non la riprenderò più! Altro che gel e barrette, altro che integratori e sali, questo è il carburante perfetto, quello che non ti fa sentire la fatica, il freddo, i crampi.

Questo ti porta al traguardo senza che tu te ne accorga.

Ormai siamo in dirittura d’arrivo, le mani si sono scaldate, il morale è alle stelle nonostante tutto.

L’arrivo a Forte Interrotto, il giro attorno a questa suggestiva costruzione. E si continua a scendere, incrocio qualche concorrente, ma riesco a fare un bel tratturo in perfetta solitudine, in compagnia dei miei pensieri, ascoltando il mio respiro, i battiti del cuore, le scarpe che sprofondano nel fango, la pioggia che mi accarezza le guance. Mi capita sempre ed accolgo questi momenti come la manna, mi permettono di scavare dentro e capire, trovare la motivazione e un perché, scovare un sorriso, riscoprire la gioia. Verso la fine incontro un cagnolino senza una zampa che saltella vicino al suo padrone e rallento per salutarlo, facendomi raggiungere da un’altra concorrente.

Ester Zocche alla Strafexpedition del 2018

Arrivo felice, stanca, ma felice.

Mi trattengo a chiacchierare con i soliti noti. Assisto alle premiazioni, son tutti lì già belli e profumati.
Lo speaker: “classifica over 45 femminile, terza classificata, Ester Zocche! Se c’è, sul palco.” Guardo lo speaker, guardo me e le mie scarpe piene di fango. Mi fa cenno di salire, così come sono: la vera essenza del trail. Ho ancora l’antipioggia, lo zainetto addosso, non sono né bella né profumata, ma io e le mie treccine saliamo su quel palco così, come l’anno scorso, inaspettatamente.

Chiedimi se sono felice.

Si, ma lo ero anche prima!

Per dovere di cronaca, nella mia categoria alla partenza eravamo una quindicina, terminiamo in 4.
Per dovere di cronaca il “magone” nei 50km circa del tracciato mi è passato e tornato svariate volte, ho riso, mi son commossa, ho patito un poco il vento, ho fatto dei pediluvi interessanti, dei fanghi incredibili, delle discese rocambolesche e salite senza tregua. Corso tra mughi e rododendri.

Un Trail attraversando la storia.

Un viaggio attraverso le emozioni.

Quando la vita mi mette in ginocchio, allaccio le scarpe da Trail e inizio a correre.

Ester e treccine stupefatte.

Autore:

Ester Zocche