Pizzoc

Un monte segnato dall’antropizzazione. 

Il Pizzoc è un monte che l’uomo ha sfruttato e trasformato, a partire soprattutto dalla fine dell’Ottocento. Un toponimo che ha origini cimbre: nasce da Spitz Hoch, alta cima, perché giustamente si pone a difesa dell’ingresso della val Lapisina assieme al col Santin (o Visentin, se preferisci).

È alto, ad oggi, 1.565 mt: peccato che la sua cima originaria sia stata trasformata in cemento e calce, letteralmente mangiata per la costruzione di dighe, argini, fortificazioni militari. Buona parte delle grandi opere della Sade in val Lapisina, a cavallo delle due guerre, sono state edificate con il materiale ricavato dalle cave dell’Italcementi sfruttandone il calcare marnoso. Cave che erano dislocate anticamente sulle colline antistanti Serravalle e che, dismesse, sono state avviate a Nove, a Ciser, a metà monte e poi in cima.

Il materiale, dall’alto, arrivava allo stabilimento di Sant’Andrea grazie ad una teleferica a doppia fune lunga 6 km e sostenuta da 49 piloni, alcuni dei quali ancora esistenti. E hanno continuato a mangiarsi la vetta fino alla fine della seconda guerra, dopo averne esaurito il materiale buono per l’uso.

L’attività mineraria ha trasformato in maniera indelebile questo territorio, condizionandone l’evoluzione e lasciando tracce che non possono essere trascurate. Tra i tanti, ricordo la carrabile che dalle briglie porta all’attacco dell’Agnelezza, percorsa a suo tempo da mezzi pesanti. Lo stabilimento di Ciser è un cimelio industriale visibile da ogni angolo ad est di Vittorio Veneto, così come la ferita sulla costa di Serravalle che ne è diretta conseguenza. Quella che chiamo la “cava perduta”, raggiungibile salendo per la direttissima e andando a sinistra raggiunte le grave, è un altro segno evidente di questo passato. Per non parlare della cava di Nove, da cui partono alcuni sentieri selvaggi che hanno fatto la storia della val Lapisina.

Correre sul Pizzoc deve rendere giustizia alla storia di questo angolo di confine della provincia di Treviso: ogni suo sentiero ne è impregnato, fino al midollo.

Certo, non dimentico la pastorizia: l’Agnelezza ne è l’esempio più evidente, richiamandone lo stesso toponimo. Così come l’antico “bosco da reme” con i suoi troi per portare a valle i tronchi ne ha trasformato l’aspetto: penso alla strada forestale di Cadolten da Osigo (strada del Santo), alla via dei carbonai da Villa di Villa.

Ecco che ne esce un territorio che ha subìto l’antropizzazione per secoli: con lo sfruttamento del bosco da parte veneziana, con i pascoli per una sussistenza di miseria, più recentemente con l’attività mineraria.

Tutta la sentieristica ruota su questi tre cardini, a volte unendoli. A volte, prendendone aspetti singolari. In breve, le rotte principali per salire dal versante vittoriese fino a Nove sono queste:

  • Via classica, lungo l’altavia 6, chiamata dell’Agnelezza o panoramica. Raggiungibile dalla Valscura (Maren o Nove), dalle Briglie (Sonego) o dalla costa di Serravalle (Sant’Augusta o costa di Fregona);
  • Direttissima, partendo dalle Briglie;
  • Variante direttissima per la Tana del Lupo, deviazione dopo l’Agnelezza;
  • Voltetta, partendo dalle Spesse (Nove) e arrivando poco sotto casera Taffarel sui prati dell’Agnelezza. Sentiero antico usato inizio novecento dagli abitanti di Nove per raggiungere la cava in vetta;
  • Costiera, partendo dalla Vascura (Maren) e arrivando all’inizio dei prati dell’Agnelezza;
  • Terre nere, partendo dalle Briglie e arrivando in Cadolten. Poi seguendo il Berry si arriva in cima, passando per il monte Cros.

Tutti questi tracciati sono collegati tra loro dal vecchio sentiero del bracconiere, ora più comunemente chiamato sentiero Berry a memoria del tenente americano protagonista nella seconda guerra, ricordato sul monte Cros.